Emigrazione: quando disobbedire non e’ reato

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di Aldo Maturo. Essere espulsi e non lasciare l’Italia può diventare una regolare trasgressione ignorata dalla legge. Proprio nel momento in cui i Paesi della sponda sud del mediterraneo  stanno esplodendo e l’Italia viene invasa da una valanga umana inarrestabile che ci coglie inevitabilmente impreparati e potrebbe avere un effetto socioeconomico devastante, trova applicazione per il nostro Paese la Direttiva 115/2008 del Parlamento d’Europa che ha  stabilito nuove modalità di rimpatrio per i clandestini. La norma, già esecutiva dal 24 dicembre 2010 – termine ultimo entro il quale l’Italia e gli altri Stati europei  avrebbero dovuto adeguare la normativa interna alle norme europee – prevede nuove modalità di rimpatrio con procedure eque e trasparenti adottate caso per caso tanto che il semplice fatto del soggiorno irregolare non deve essere l’unico elemento di valutazione. La nuova norma si discosta notevolmente  dai provvedimenti amministrativi di espulsione che la Bossi Fini prevede invece  in maniera automatica e generalizzata.

Il più penalizzato è il comma 5 quater dell’art.14 del nostro testo sull’immigrazione  ove si  prevede  l’arresto e il processo per direttissima con una  pena   fino a quattro anni di reclusione  per  lo straniero che permane in Italia illegalmente dopo aver ricevuto l’ordine di allontanamento del questore. Se non intervengono modifiche o interpretazioni  urgenti l’art.14 di fatto è da considerare inapplicabile  al clandestino che non ha ottemperato al provvedimento di espulsione. “Abolitio criminis”  ha già sentenziato qualche Procura, come a dire “non è reato”.

La Direttiva europea 115 prevede forme diverse di espulsione ed essendo immediatamente esecutiva dal 24 dicembre 2010 costringe le Procure o ad ignorare gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine o a scarcerare gli extracomunitari già  in carcere perché colpiti dalle sanzioni dell’art.14 della Bossi Fini.

Qual è il trattamento da riservare invece allo straniero secondo la direttiva europea? Diciamo che di fatto le questure si trovano a dover adottare provvedimenti che richiedono una istruzione preliminare impossibile.

A fronte di un cittadino straniero presente irregolarmente in Italia, l’espulsione non deve essere più automatica ma prevede una serie di provvedimenti preliminari, quali la “decisione di rimpatrio”, il “rimpatrio volontario”, il “provvedimento di allontanamento coercitivo” e infine, come ultima soluzione,  il “trattenimento nei CIE” (Centri di Identificazione ed Espulsione).

Il Ministero degli Interni ha diramato una circolare (400/B/2010) ai questori ed ai prefetti invitandoli a prestare la massima attenzione ai provvedimenti di rimpatrio che potrebbero essere impugnati dagli interessati se difformi dalle direttive comunitarie. Prima andrà verificato se sussistono le condizioni per il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario o ad altro titolo, se sussistono motivi che impediscono di concedere allo straniero un termine per la partenza volontaria, se sussiste pericolo di fuga in caso di concessione di rimpatrio volontario, se esiste ogni altro elemento utile ad evidenziare la presenza o meno del pericolo che si sottragga volontariamente al rimpatrio. Il trattenimento nei CIE è possibile a condizione che non possano essere applicate altre misure sufficienti e meno coercitive. Le motivazioni, conclude il Capo della Polizia, devono essere adeguate e non adottate in virtù di meccanismi automatici di rimpatrio.

Non immagino come possa essere possibile contemperare simili direttive (sia europee che del Capo della Polizia) con le ondate di stranieri che si riversano sulle coste di Lampedusa e dintorni. Intanto molte Procure, in presenza di una Bossi Fini che prevede modalità di rimpatrio diverse da quelle previste dalla direttiva europea, stanno già disapplicando i provvedimenti di espulsione fino ad arrivare anche a scarcerare chi è stato arrestato per averli ignorati.

Aldo Maturo 636 letture al 31/12/2012

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