Racconto improbabile

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di Ezio Esposito. Erano le 23 quando Roberto, fiaccato da una intensa giornata di lavoro, dopo aver bevuto una tisana si sedette nella poltrona dietro la scrivania. Sistemò la lampada vicino al telefono, aprì un libro e iniziò a leggere. Aspettando.

Quando il telefono squillò ebbe un sussulto. Si era appisolato sul libro aperto. Imprecò, afferrò il telefono

“Pronto”

“Spicciati”

Roberto infilò una giacca a vento foderata di lana e si avviò verso le scale. In pochi secondi si ritrovò in macchina. Mentre il cancello gli si richiudeva alle spalle. Dopo un colpo di acceleratore la luce intermittente gialla sparì. Guardò il cruscotto, 23,40.

Giorgio lo aveva allertato il giorno prima. ‘Domani sera abbiamo una riunione importante’ gli aveva detto ‘ci sarò’ aveva risposto. Roberto e Giorgio erano amici da lunghissimo tempo e si fidavano ciecamente l’uno dell’altro. ‘Fuori del paese dove arriverai, quando inizia la pietraia c’è una stradina sulla destra che sale verso la montagna. Là ci aspetta una Land Rover. Quando arrivi, va un poco più avanti, dove c’è un vecchio casolare  puoi nascondere l’auto dietro, vi troverai anche la mia’,. Mentre pensava agli ordini ricevuti Roberto arrivò dov’era il fuoristrada, andò avanti e nascose la macchina dietro il vecchio casolare dove trovò anche quella di Giorgio. Scese e bloccò le serrature. Mentre correva verso l’automezzo si aprì lo sportello posteriore , una mano si protese, lo tirò su e, nel buio totale, senza parlare, lo guidò dov’era un posto libero.

“’Sera. Giorgio?” bisbigliò

“’Notte. sono qua” mormorò l’interpellato. Poi silenzio, mentre il fuoristrada  si arrampicava veloce sul sentiero tra lo sbatacchiare di sterpi sulle fiancate e i sobbalzi sui ciottoli. Nessuno parlò finché, dopo una lunga arrampicata il fuoristrada si trovò in piano e tutti scesero. Soltanto allora Roberto capì quanta strada avevano fatto. Si erano fermati al limitare tra un bosco fitto di faggi e la parete scoscesa e brulla sul fianco della montagna. C’era aria frizzante e cielo limpido, si vedeva il Piccolo Carro, il Serpente e il brillare occhieggiante delle Pleiadi.

“Dai, muoviti” borbottò Giorgio “Ci stanno aspettando”

Dopo qualche metro cominciarono a sentire delle voci e ad intravvedere una grossa costruzione in legno, ‘rifugio di carbonai o un ricovero per vaccari’ pensò Roberto mentre con Giorgio spingevano una robusta porta e superavano una tenda pesante che impediva alle luce di filtrare fuori. Appena dentro, nella luce ovattata, una ventina e più di uomini. Prima che iniziassero saluti e strette di mano fra un vociare contenuto, Roberto vide un grande focolare acceso, come quelli che si trovavano una volta nelle grandi, masserie antiche; dall’alto scendeva un grosso gancio nero al quale era appeso un pentolone di rame fumante. Due fuochisti, arrossati in volto e sudati provvedevano a mantenere vivace la fiamma.

Nel centro della sala, per dir così, c’era una lunga tavolata di legno grezzo apparecchiata con stoviglie di plastica. I posti erano già tutti occupati e i commensali chiacchieravano animatamente fra loro nell’attesa della imminente spaghettata. Più distante, a ridosso di una parete, c’era un tavolo  con quattro sedie. Seduto a quel tavolo un uomo che Roberto riconobbe: Jeanpierre!. Alto, dinoccolato, la faccia da mascherone greco antico solcata da profonde rughe sulla fronte. Da fermo, quando vide Giorgio, Vale e Roberto che si avvicinavano, Jeanpierre scavalcò con un salto tavolo e sedie scambiando forti strette alle braccia  con i nuovi arrivati.

“La Sardegna ti tiene allenato” sorrise Giorgio pensando al grande campo militare  vigilato notte e giorno dove i patrioti ufficiali si allenavano dall’alba al tramonto, sperimentando armi ed esplosivi di nuova generazione.

Gli sguardi che correvano tra loro erano di delusione. Fu Vale, arrivato ultimo all’appuntamento che ruppe il silenzio parlando a bassa voce.

“Allora, cos’è accaduto?” chiese rivolto a Jeanpierre senza preamboli.

Vale era un uomo forte e generoso, dal fisico guizzante che si era messo in gran mostra nella rivolta di Reggio Calabria. Occhi neri, febbrili ma freddi, pronti ad addolcirsi, all’occasione, con gli amici e quanti stimava.

“E’ accaduto” rispose Jeanpierre “che dovevo essere ministro dell’interno e mi ritrovo fuggiasco”  Parlò mettendo nella risposta quel pizzico di sarcasmo e di indifferenza che caratterizzava il suo modo di reagire agli avvenimenti che lo interessavano, brutti o belli che fossero, in forza della sua notevole cultura e dalla esperienza acquisita in mille battaglie.

“Facci capire meglio…” chiese Giorgio

“Eravamo penetrati nel sancta sanctorum neutralizzando la guardia che in verità sembrava aspettarci Eravamo alla televisione  aspettando il segnale.

Jeanpierre fece una pausa mentre un ragazzo con gli occhiali serviva gli spaghetti fumanti.

“Come sapete gli americani erano d’accordo. Il nostro Presidente del Consiglio per evitare rischi imponderabili aveva proposto di interpellare anche i sovietici. Secondo lui, la cautela era il suo forte, vista la situazione di ingovernabilità della Nazione una manovra scioccante della durata di un paio d’anni, senza spargimento di sangue, avrebbero potuto accettarla anche loro. Se così fosse stato serebbe arrivato il segnale convenuto e l’operazione sarebbe scattata. Ma i sovietici non furono d’accordo, garantirono però il rispetto del Patto di Yalta; tenendo a bada i compagni italiani perché non si facessero illusioni di conquistare il potere perché quell’ipotesi, se avverata, avrebbe potuto scatenare la terza guerra mondiale, cosa che non volevano. Così il segnale non arrivò e noi con l’amaro in bocca battemmo in ritirata.”

A questo punto Jeanpierre ebbe un sorriso ironico e gli occhi gli brillarono

“Non potendo fare altro mi sono fatto un regalo…” Così dicendo prese qualcosa dall’angolo buio dietro di sé e la fece scivolare sulle proprie ginocchia. Gli altri tre si sporsero a guardare: sulle ginocchia,  Jeanpierre aveva una mitraglietta.

Giorgio si rabbuiò all’improvviso

“Ah,quella!… bisogna farla sparire, subito.”  Il tono di voce era perentorio

“Ci pensi tu?” disse sornione Jeanpierre

“Chi altro può farlo senza rischi? La mia divisa è un lasciapassare. Ho degli amici carpentieri, sordi, muti e ciechi che lavorano in un certo posto. Finirà in un pilone di cemento armato.”

mangiarono in silenzio. Gli spaghetti si erano raffreddati.

“Cosa farai adesso” chiese Vale.

“Senti, all’alba di domani dovresti andare in Spagna, dove sai, prendere i miei figli e portarli a Venezia. Io devo andare urgentemente in Sicilia.” Poi si rivolse a Giorgio e Roberto. Scrisse qualcosa su un pezzo di carta.

“Questo è un numero di Telefono. Domani sera telefonatemi, Una sola volta. Basta dirmi ‘ok’.” Così capisco che qua non ci sono problemi; avevo due tipi alle calcagna che penso di avere seminato a Firenze; agenti francesi. Nient’altro da dirci?”

I tre scossero la testa in segno di diniego.

Poi si unirono agli altri e intonarono “ Guarda che sole ch’è sortito Nannì…”.  Bevvero liquori a fiumi e cantarono a squarciagola fino all’alba.

e.e.

Racconto immaginario, ogni riferimento a persone, fatti, e cose realmente accaduti è puramente casuale.

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