Il colombaccio e la sua migrazione

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di Emidio Civitillo. Il colombaccio (columba plumbus) è senz’altro il più grosso dei Columbidi, che comprendono anche il “colombo di città”, la “colombella”, il “piccione selvatico”, la “tortora dal collare orientale” (insediatasi nella nostra zona da non molti anni) e la “tortora africana”, che viene da sempre da noi solo nei mesi caldi, a riprodursi.  Il colombaccio pesa in media mezzo chilogrammo (ma il suo peso può oscillare dai  285 ai 690 grammi) ed è lungo dai 41 ai 45 cm. Si alza in volo con un caratteristico rumoroso battito d’ali e il suo volo è molto potente, rapido e diretto, con costanti e profondi battiti.

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  • ALTRE CARATTERISTICHE DI RICONOSCIMENTO

Il colombaccio, come già accennato, è il più grande dei Columbidi. Ha capo piccolo in confronto al resto del corpo. Piumaggio con toni azzurro-grigi (o grigio bluastra) con remiganti primarie nerastre con i bordi più pallidi. Il petto è grigio rosato, mentre il collo, con riflessi verdastri e segni neri, presenta due macchie bianche ai lati circondate da una zona iridescente blu verde. Il petto è  violetto, colore delle more. Il bordo dell’ala è bianco. La coda è diritta con la punta nera. Zampe rosate e occhio da bianco verdastro a giallo limone. E’ dotato di vista acuta, ma di udito modesto. Come tutti i Columbidi, anche il colombaccio beve in un modo veramente insolito per gli uccelli, infatti immerge il becco nell’acqua ed aspira senza dover alzare la testa di volta in volta per deglutire il liquido.

 

  • DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA

Specie ampiamente distribuita come nidificante in Europa fino al 65° di latitudine nord, Asia occidentale e meridionale, Africa nord-occidentale. In Italia è di passo prevalentemente nella prima quindicina di ottobre e dalla meta di febbraio a tutto marzo; ed è svernante nelle pinete litoranee e nelle macchie costiere, stanziale nelle zone adatte.

Frequenta boschi dl quercia, leccio, faggio, foreste con radure – come sui monti del Matese –   zone coltivate, pinete e macchia litoranea; è presente anche nei parchi delle città. Si è adattato ai vari habitat, comprese molte città del nord Europa, come Londra e Parigi, dove è diventato più comune dei piccioni selvatici. Fin dall’inizio del secolo scorso si è stabilmente insediato anche in aree urbane, come a Parigi e in altre città dell’Europa centrale e settentrionale, ambiti in cui ha mostrato la capacità di acquisire una notevole confidenza nei confronti dell’uomo; in altri ambienti è invece molto diffidente ed accorto. Di norma non supera in Europa i 1500-1600 m di altitudine.

Da noi, specialmente nell’alta valle del Titerno, il colombaccio è anche stanziale ed è in fase di forte crescita numerica.

 

  • MIGRAZIONI E SVERNAMENTO

Il colombaccio abbandona le regioni più settentrionali in autunno per poi ritornarvi in primavera. Le popolazioni dell’Europa nord-orientale svernano nell’Europa occidentale e nel bacino del Mediterraneo. La specie è quasi totalmente migratrice nella Penisola Scandinava e in Europa orientale. La componente migratrice della popolazione diminuisce progressivamente verso ovest e verso sud, fino ad essere prevalentemente sedentaria in Europa meridionale, Asia Minore e nelle zone costiere occidentali della Gran Bretagna settentrionale.

 

I movimenti migratori cominciano a settembre e proseguono fino ai primi di dicembre. Il picco dei movimenti migratori verso sud avviene in ottobre ed è largamente influenzato dagli eventi climatici.

La migrazione di ritorno avviene prevalentemente nei mesi di marzo-aprile. Le principali rotte migratorie seguono vie preferenziali, tradizionalmente note nell’ambiente venatorio, che possono determinare in taluni anni il passaggio in aree ristrette e in pochi giorni di enormi contingenti.

Nel 1974, in una località del massiccio del Giura (Svizzera) sono stati contati in un solo giorno oltre 600.000 individui.

Spesso sui monti del Matese e nelle aree circostanti, dall’autunno alla primavera, ai colombacci stanziali si aggiungono in buon numero quelli svernanti provenienti dall’Europa centro-settentrionale.

 

La Migrazione degli uccelli. Le rotte migratorie e i rischi di trasmissione di malattie all’uomo.

La Migrazione degli uccelli è un fenomeno che ha sempre incuriosito ed affascinato. Da alcune decine di anni, da quando cioè si è scoperto che alle “rotte migratorie” è connesso il rischio di trasmissione di malattie dagli animali all’uomo, il fenomeno della migrazione degli uccelli è oggetto di attenzione ancora più grande.

Alcuni anni fa, ad esempio, quando ci fu l’allarme per la diffusione dell’”aviaria” (malattia che si propagava dagli uccelli acquatici ai polli, ed era pericolosa per l’uomo), fu osservato che la Siberia era probabile terra di contagio tra specie diverse, poi il morbo poteva «volare» in Europa: diverse specie di volatili acquatici, infatti, nidificano nella Russia Nord Orientale, dove si trasmetteva la malattia, e in autunno una parte di essi migrava verso il Mediterraneo.

Sembra che il fenomeno delle migrazioni sia iniziato a partire dall’Era Terziaria in cui già esisteva un’alternanza stagionale.

La causa che determina i movimenti migratori degli uccelli sembra legata alla durata del giorno (il cosiddetto fotoperiodismo), che influenza tutto il sistema endocrino: con l’arrivo della stagione autunnale (ovviamente per quanto riguarda le regioni temperate boreali; per quelle australi tale stagione sarà la primavera) la durata del giorno si riduce, inducendo fasi di regresso delle ghiandole sessuali e, di conseguenza, la cessazione di aggressività, intolleranza e territorialità nei confronti dei cospecifici e quindi l’aggregazione in gruppi che preludono alla partenza delle migrazioni.

Sono stati compiuti numerosi studi ornitologici sulle migrazioni utilizzando metodi di campionamento ed osservazione in corrispondenza dei punti di confluenza delle rotte aeree, inanellamento o strumenti tecnologici come telescopi o radar. In questo modo sono state raccolte numerose informazioni sui percorsi seguiti, sugli spostamenti effettuati, sulla composizione d’età degli stormi ecc.

L’Italia è interessata dal passaggio di specie che dal Nord-Europa si dirigono verso l’Africa (passo), o da specie che vengono a svernare in Italia da territori più settentrionali.

L’aspetto che comunque rimane più affascinante e meno noto nel fenomeno delle migrazioni è la capacità di orientamento degli uccelli. I meccanismi che consentono ai migratori di seguire rotte costanti sono molteplici: la posizione del sole (ed il suo azimut) ed i suoi movimenti, la posizione di catene montuose, quella di sistemi fluviali (ovviamente per migrazioni diurne), la direzione dei venti, la posizione della luna e delle stelle (per le migrazioni notturne), il campo magnetico terrestre, ecc.

Sembra poi che gli uccelli possiedano una sorta di carta geografica mentale dei territori in cui vivono, che rapportano in qualche modo ai punti di orientamento più generali (sole, stelle, ecc) e che costruiscono memorizzando alcuni dati territoriali (ad esempio i corsi d’acqua) o, per quanto riguarda i piccioni viaggiatori, olfattivi.

Talvolta, però, le rotte migratorie non risultano costanti, ma si modificano in modo più o meno marcato: spesso questo è dovuto a fattori di disturbo antropici, come, per fare alcuni esempi, la presenza di città illuminate che alterano l’orientamento notturno offuscando la percezione delle stelle oppure operazioni di bonifica che hanno eliminato superfici palustri su cui sostavano e traevano informazioni per l’orientamento gli uccelli di passo.

Esempio di migrazione degli uccelli che sta avvenendo massicciamente in questi giorni, ma che non desta alcun allarme per la salute dell’uomo, è quella che riguarda il “Colombaccio”

 

Ottobre  2010

Emidio Civitillo

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