Che cosa credo. Lettera di consenso ad Adam Biondi

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di Gianni Giletta. Carissimo Adam, ho sempre pensato ad una Chiesa in cui di solito all’ entrata ti dicano: “tu uomo, nel tuo varcare questa soglia, ti sentirai amato, compreso, ascoltato”. Per questo mi batto ogni giorno. In questo ‘ho posto la mia speranza’, affinchè quel ‘date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ di Gesù, possa assolutamente tradursi in un messaggio d’ amore per tutti gli uomini.

Ho sempre pensato ad una Chiesa dell’ impegno, il cui punto di partenza è l’ uomo in quanto persona. Il concetto di persona, implica nell’ individuo, presenza della realtà spirituale che, per sua natura, è realtà aperta agli altri e al mondo. Realtà per la quale la “relazione con” è componente caratteristica del suo essere e del suo divenire.

Per questo mi sento amareggiato della non risposta del Padre Vescovo. In questi mesi, aspettavo almeno un gesto, una giustificazione alle affermazioni da te citate. ( Scusami  se ti do del tu. Non posso che provare ammirazione nei tuoi confronti ). Ed invece nulla.  La mia speranza è che tutto si possa risolvere al meglio nel dibattito del 27 novembre.

I miei studi e la mia ricerca mi portano da sempre a un profondo razionalismo:  ho sempre razionalizzato tutto. Sono erede di un cattolicesimo barocco, di quella cristianità trionfante così bene espressa da tanto barocco italiano. Quando ero più giovane, il mio cattolicesimo mi portava a pensare di essere apposto con me stesso e con il mondo. Come molti credenti della domenica –solo per aver preso parte alle funzioni liturgiche scandite nel corso dell’ anno- mi dicevo:  “io sono puro; gli altri sono inpuri, io posso accedere all’eucarestia, loro no!”.

Vengo da un’ esperienza di cattolicesimo  dove tutt’ oggi si densifica  sistematicamente il sospetto, si paventano strumentalizzazioni anche nelle scelte più generose a favore degli ultimi. Ogni occasione è buona per opporre, allo spirito delle intuizioni evangeliche di pace, il rigore della lettera che uccide. Si spianano annidamenti di discordanze col Magistero ufficiale,  a ogni svolta di frase. Talvolta, per frenare la valanga inarrestabile della profezia, si fa uso maldestro e ingeneroso perfino di estemporanee espressioni del Papa, resecate dal loro contesto e non si tiene invece conto di tutto il Magistero audace e non ancora dissepolto di veri pontefici come Giovanni Paolo II, che spronano all’imperativo etico della solidarietà, della denuncia delle strutture di peccato che opprimono da sempre i poveri.

Oggi, nel presentarmi all’ opinione pubblica posso, di certo, essere messo all’ indice: le “persone di lettere” come me richiamano, alla mente degli altri, un certo numero di atrofie e di tic. Mi guarderò dal credermene esente. Ma il mio cristianesimo, ringraziando Iddio, ‘si è liberato’ dal maleodorante incenso ecclesiale.

Spesso ripenso con riconoscenza ai miei quattro nonni contadini con le scarpe infangate, la sveglia alle tre e un pezzo di pane. Così quando qualcuno da fiato all’ ipocrisia e ad espressioni ampollose, avverto uno dei miei nonni che reagisce in me, l’ aria dei suoi campii che mi scorre nei polmoni e capisco quanto di sbagliato ci possa essere in quelle parole.

La tua domanda di chiarimento ha basi solide. Essere un’ autorità implica usare un linguaggio rispettoso di tutto e di tutti, scevro da fraintendimenti ed equivoci. Essere un’ autorità esige un linguaggio ponderato, perché privo di eccessi. Anche le scelte più radicali ( per esempio, un cristianesimo autentico ) non possono tenere conto sottile gioco di equilibrio. La dignità umana e il suo rispetto si devono tradurre in un linguaggio appropriato, mai fuori luogo. Ogni autorità definita tale non può fare a meno di un linguaggio pensato, sia che si tratti di uno scritto sia che si tratti di un confronto diretto. Rozzezza, superficialità ed emotività appartengono a tutti gli uomini. Ma un’ autorità deve capire che la pace si costruisce da qui. Per i cristiani essa è dono dello Spirito, ma è un dono che chi rappresenta un potere deve chiedere: un giudice deve avere un alto senso di giustizia, un chirurgo la giusta fermezza d’ animo, uno psicologo l’ ascolto. Ad un’ autorità ecclesiastica si chiede di fare discernimento nella consapevolezza che il suo linguaggio resti privo di ogni tipo di stortura ( è consapevole di aver posto la sua oratoria nella mite sapienza della Verità, i cui frutti sono concordia e pace, non dottrina e polemiche ).

Il Padre Vescovo, nelle sue affermazioni, tradisce anche le parole del Magistero della Chiesa a cui è legato e a cui dovrebbe fare riferimento.

Ha forse  dimenticato che è certamente vero che “Cristo sottolinea con tanta insistenza la necessità di perdonare gli altri, che a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indicò la cifra simbolica di «settanta volte sette», […]. Ma è ovvio che una cosi generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia propriamente intesa costituisce per cosi dire lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l’oltraggio arrecato. In ogni caso, la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione   dell’ oltraggio sono condizione del  perdono”         ( Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, Roma, 1980, par. 14 ).

Ma non aver paura. Sono i troppi silenzi della Chiesa diocesana –quello nei tuoi confronti è purtroppo uno dei tanti- che allontanano già da tempo la gente comune dalla vita ecclesiale. La Chiesa per lo più rimane quella dell’ 8 X mille, dotata di tanta potenza ma solo per se stessa, con tanta ricchezza, tanto prestigio, tanti titoli.

Che cosa vedo. Riconosciamolo. Come Chiesa accusiamo ancora pesanti deficit di parresìa. In una parola, siamo ancora fermi alla pace dei filosofi, e se continua così saremo sempre ben lontani dall’ annunciare la pace dei profeti.

Quando si dice Chiesa si ha l’ immagine di una struttura che si auto afferma, che si preoccupa di fare bella figura con i suoi atti liturgici, ‘una Chiesa che non dice più niente a nessuno’, nemmeno ai credenti.

Quando si dice Chiesa si pensa ai confessionali, dove la gente trova –se li trova- preti impreparati a dare risposta alle esigenze del mondo contemporaneo. Tutto a discapito di gente più fiduciosa in Dio che nei suoi rappresentanti.

Per non parlare di certi preti-parroci che rendono sgradevole il volto di Cristo: alle qualità umane e spirituali di animatore, pastore, celebrante e consolatore, amico, consigliere, uomo socievole con adulti ed anziani ma anche gioviale con i giovani, qualche sacerdote ancora pensa di poter “bacchettare” a dovere il suo popolo con omelie ottocentesche e  comportamenti da autunno del Medioevo.

Non ci sono giustificazioni: tali preti incrementano la fuga e l’instabilità; tali preti dimenticano che l’ Incarnazione  ha bisogno di luoghi e di volti, di un perimetro dentro il quale l’ amore verso tutti si confronta con il fratello diverso e lontano da esso; tali preti sono fuori dal professare la mia stessa fede, poiché professano estremismo e classismo religioso.

La parrocchia in particolare è chiamata a educare alla socialità. Lo fa anzitutto adempiendo al suo compito di “raccogliere in unità le persone più diverse tra loro per età, estrazione sociale, mentalità e grado di esperienza spirituale”. Ciò comporta la conversione a una mentalità di reciproca accettazione e di accoglienza, da proporre e da approfondire continuamente soprattutto mediante la predicazione, la catechesi, la formazione della coscienza morale e i gesti concreti. Da questa rinnovata mentalità nasce uno stile capace di superare le chiusure, che si avvertono anche a livello parrocchiale, e di vincere l’individualismo oggi così diffuso, per aprirsi a una socialità universale e, nello stesso tempo, il più possibile personalizzata” ( Commissione ecclesiale Giustizia e Pace, Il Vangelo della Carità per una nuova società in Italia, Roma, 1995, par. n. 66 ).

La Chiesa gerarchia non può certo sviare il richiamo appassionato di tutta l’umanità. Ma finora essa ha preferito insegnare. In questo senso ha fatto concorrenza all’uomo, giudicandolo. Mi viene da pensare a malincuore ad un mons. Nogaro o Bregantini, ad un don Benzi o a don Ciotti, ad un don Puglisi o ad un don Peppino Diana. Preti e vescovi contro, per amore della Verità. Preti e vescovi ostacolati a più riprese dalla stessa Chiesa gerarchia.

Come ha risposto la Chiesa a questi martiri del Vangelo? Ha preferito narrare all’uomo i modelli di civiltà  dettando proclami. Ha ritenuto più giusto fare le grandi analisi del peccato del mondo, piuttosto che considerare il suo dolore sconfinato ( all’ ordine del giorno c’ è la disoccupazione, ma gli operai scioperano da soli ). Ha segnalato i grandi comandamenti della vita, ma non sempre ha avuto cura di eliminare i vincoli dell’oppressione ( all’ ordine del giorno c’ è lo sfruttamento del lavoro minorile, ma mai la Chiesa ha chiesto di boicottare i manufatti prodotti da essi ). Ha scelto di portare a tutti gli uomini la verità, più che la carità. La grande evangelizzazione sembra più importante dell’agape ( all’ ordine del giorno l’ irrisolta questione dei divorziati risposati lontani dall’ Eucarestia ). Eppure Cristo è sempre là e rimane la coscienza critica insuperabile ( all’ ordine del giorno sta di fatto che se la televisione pubblica non dice, la Chiesa con i suoi programmi e i suoi giornali non può tacere ). La Chiesa dimentica Gesù di fronte a Pilato ( all’ ordine del giorno la piaga delle organizzazioni criminali che prendono piede sul territorio ) nella piena tentazione di sapere la verità; nel frattempo Gesù continua a non dare risposta verbale ma presenta la sua persona, la sua morte o, piuttosto, la sua risurrezione quale dono di salvezza per ogni uomo.

È mia convinzione che l’uomo di oggi abbia bisogno di Vangelo più che di storia sacra. II Dio onnipotente, che è il Dio degli eserciti dell’ Antico Testamento, è morto. L’uomo smarrito del nostro tempo vuole accanto a sé il Dio della compassione e della misericordia. Nietzsche diceva che le Beatitudini costituiscono i nuovi valori che la Chiesa deve praticare. Invece la trascuranza di Cristo sembra evidente, fino a fare nel Vangelo una religione civile buona per tutti. Questo oscuramento è la ragione dei nostri smarrimenti.

Non mi va di sentenziare. Perfino la sociologia non permette che una società organizzata, religiosa o no, scansi la problematica su chi possiede la più grande autorità. Per il cristiano però la risposta alla domanda su chi è il più grande nel regno –o nella Chiesa dove si proclama il Vangelo del regno- viene data attraverso l’ esempio del ‘fanciullo’ (cf. Mt 18,3).  E non perché il fanciullo è amabile e innocente, ma perché il fanciullo è indifeso, dipendente, senza alcun potere.

In Mt 18, 5-9 si parla quindi dello scandalo. L’ avvertimento a non scandalizzare ‘uno di questi piccoli’ chiarisce una particolare sensibilità verso i membri più vulnerabili della comunità. Particolare importanza ha la sezione successiva (Mt 18, 10-14) che comincia con l’ avvertimento di non disprezzare i piccoli. E’ la posizione radicale di Gesù  che sta ad indicare la novità assoluta del suo regno.

Al di là delle posizioni del Vaticano, questa verità è scritta nel Vangelo e mette in ginocchio le affermazioni del Padre vescovo.

Le tue parole hanno in sé un valore profetico:  ricordano ad ogni cristiano che la vera scelta è per gli ultimi –che si nascondono nelle persone che ci tagliano la strada, che camminano insieme a noi, che abitano nel nostro condominio o  sono lontani e sconosciuti-; ribadiscono, in modo forte ed audace, che la parola conversione ha significato solo se, al mutamento della mente e del cuore, coincide una trasformazione di tutta la società -come richiede, secondo l’ evangelo, la giustizia (santità nel significato biblico)-.

Le tue parole possono sembrare utopiche. Ma bisogna comprendere che, essere cristiani oggi, non significa essere persone che praticano certi riti secondo le scansioni del calendario e poi, per quieto vivere, lasciare che tutto il resto vada come va. Anzi, il più delle volte, per il troppo zelo -ma solo per se stessi-, nella Chiesa si va costruendo una morale dal basso profilo, per cui tutto si sta livellando, tutto sta passando come legittimo, buono, “morale” e perfino benedetto dal Padre Eterno.

Le tue parole ricordano a me stesso in che cosa credo.

Che cosa credo. Il cristiano autentico è sempre un sovversivo; uno che va controcorrente  non per posa, ma perché sa che il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente. Egli è coscienza critica nel mondo. Non si fida dei cristiani “autentici” che non incidono sulla crosta della società. Si fida però dei cristiani “autentici sovversivi” come San Francesco d’ Assisi che, ai soldati schierati per le crociate, sconsigliava di partire.

Il cristiano autentico è l’ uomo della ferialità della pace. Non è l’ uomo dei rosari, delle processioni dei simulacri di paese o verso un’ improbabile Megjugorie; non è l’ uomo delle veglie, delle tavole rotonde dei teologi in ascolto da Radio Maria. Gesù di guarderebbe bene dall’ invitarci a certi tipi di manifestazioni ecclesiali.

Don Tonino Bello, a riguardo, osò scrivere: “Al di là delle veglie, cariche di vibrazioni emotive e risonanti di salutari utopie, dovremmo prendere atto che la pace si costruisce anche nei sonnolenti meandri della storia e cresce anche nelle pieghe sotterranee dell’ esistenza. E non è blasfemo affermare che al di là dei velluti delle tavole rotonde, la pace si costruisce sul ruvido tavolo del falegname come sul desco del contadino. Sulla cattedra dell’ insegnante come sulla scrivania dell’ impiegato. Sullo scanno dello scolaro come sulla mensola della casalinga. Sulla impalcatura del metalmeccanico come su ogni banco impoetico dove si consumano le più oscure fatiche giornaliere. E non è neanche fuori luogo concludere che il vento della pace, più che i vertici occupati dai potenti scuote le fertili bassure abitate da anonimi valligiani.[…].E’ questo della ferialità il digiuno più significativo che potremmo esprimere nel deserto del mondo, cosi pieno di «aspiranti al ruolo di Dio»” (Bello T., Le mie notti insonni, Milano, ed. San Paolo, 1996, pp.46-8).

Per questo il cristiano ha bisogno di conoscere il Cristo in cui crede. Gesù ha fatto propria la causa del Dio d’ Israele: egli non esige l’ osservanza dei precetti di Dio, ma un “amore” che si estende anche all’ avversario, al nemico (amore di Dio e amore del prossimo secondo la misura dell’ amore di sé, “come te stesso”). E così Gesù solidarizza anche, in maniera del tutto pratica e con “scandalo dei devoti”, con chi ha una diversa fede religiosa, con i politicamente compromessi, i falliti moralmente, gli sfruttati sessualmente, in particolare con le donne, i bambini e gli ammalati, anzi, con tutti coloro che erano stati sospinti ai margini della società. In favore di tutti questi egli ha impegnato le sue doti carismatiche di guaritore, anche di sabato.

Indubbiamente un uomo della provocazione profetica, che si dimostrava critico in parole ed opere; un uomo che senza un particolare titolo -era un laico- ha superato con le sue parole e le sue gesta di guarigione le pretese di un semplice rabbi o di un profeta ( tanto  che molti hanno potuto vedere in lui il messia ).

In questi giorni ho riletto con attenzione il testo di Mt. 20, 1-16 ( per i profani “la parabola degli operai mandati nella vigna” ).

Il Vangelo è chiaro: “[…] Ma anch’ essi ricevettero un denaro ciascuno”(Mt 20, 10). Ma questo denaro è davvero la ricompensa finale o non è piuttosto la vita stessa? Il denaro siamo noi, la nostra esistenza, i talenti, la libertà. Al momento della nascita Dio mi ha dato un denaro. Eccoti un denaro, la tua vita. Entra nella mia vigna, l’universo, lavora, fai quello che puoi non commettere troppe sciocchezze. Quale ricompensa ogni giorno ti darò lo stesso denaro. Ogni giorno ripeterò lo stesso dono, la tua vita.

Quarant’ anni. Per oltre 14.600 volte Dio ha ripetuto il dono. Mi ha regalato a me stesso. E soltanto io ho la triste possibilità di svalutare quella moneta. Se non mettiamo sotto i tacchi la mentalità da mercenari, se aspettiamo la vita eterna quale giusta ricompensa per i nostri meriti, ci precludiamo la possibilità di stupirci, come gli operai dell’undicesima ora, di fronte alla generosità del padrone. Passeremo l’eternità a conteggiare i nostri meriti, a correggere le operazioni di Dio. Una vera dannazione.

Il Padre vescovo dovrebbe ricordare un testo particolare del Magistero, in cui si parla dei modi in cui attuare l’ educazione alla socialità. Si tratta del testo della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace, Il Vangelo della Carità per una nuova società in Italia –che ho già citato precedentemente-.  Ho l’ impressione che il timoniere della barca segua le rotte imposte dal quieto vivere, più che il sospiro di chi boccheggia, perché privo di tutto. Ho l’ impressione che si tengano presenti gli interessi di chi sta bene e si calpestino i diritti primari di chi versa nella disperazione o, comunque, si scavalcano le esigenze della comunità ( questo non è marxismo: è Vangelo! ).

A lui voglio dedicare questa citazione,  nella speranza di applicarla a se stesso, qualora la leggesse; nella speranza di passare a progetti migliori, in questa preoccupante paresi facciale delle nostre comunità:

“L’educazione alla socialità ha bisogno di radicarsi vitalmente nella carità, virtù teologale donata da Dio e dal suo Spirito (cf. Rm 5,5). La carità informa di sé tutte le altre virtù cristiane, dando loro valore e dinamismo. In particolare la carità informa le virtù cardinali, così dette per la loro importanza, in quanto fanno da perno a tutte le altre virtù. Esse hanno in sé una grande valenza sociale: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono virtù costitutive del vivere sociale e, come tali, vanno riscoperte, proposte e vissute, alla luce della parola di Dio.  Di esse trattiamo qui brevemente solo in relazione al tema che ci sta occupando e per gli aspetti più propriamente sociali.

Esercitare la virtù della prudenza non significa, come spesso si ritiene, sottrarsi all’impegno quando vi sia un pericolo, né significa saper agire tatticamente e astutamente per conseguire ad ogni costo il bene che si vuole raggiungere. Questa è “prudenza della carne”, secondo l’espressione di san Paolo. La prudenza cristiana è altro. Essa domanda di impegnarsi a conoscere prima di agire, di capire prima di farsi coinvolgere emotivamente, di valutare la realtà e le concrete vie perseguibili prima di imboccare scorciatoie controproducenti, di riflettere prima di decidere, senza farsi però bloccare dalla irrisolutezza; di orientare con saggezza i mezzi al fine. È, la virtù della prudenza, la paziente fatica dell’esperienza; è l’umiltà di colui che tace perché conosce senza pregiudizi; è la fedeltà della memoria come capacità di conservare nel cuore (cf. Lc 2,19.51) le cose e gli avvenimenti; l’arte di saper ascoltare i pareri altrui; la vigile capacità di dominare l’imprevisto. Prudenza è cautela e, nello stesso tempo, audace coraggio per le decisioni da assumere, non solo per la vita personale, ma anche per la vita sociale.

Esercitare la virtù della giustizia significa impegnarsi veramente perché a ciascuno, e alla comunità nel suo insieme, sia dato ciò che loro spetta, non solo sul piano strettamente economico. Questo implica l’attenzione ai loro diritti; il riconoscimento che ciò che è giusto per me non può non essere giusto anche per l’altro e ciò che è dovuto a me deve essere dovuto anche all’altro; il sapere rinunciare ai propri vantaggi, quando questo riduce beni essenziali di altri; l’impegno a costruire un ordine sociale in cui siano rimosse, per quanto possibile, le “strutture di peccato”, che sono causa di pesanti ingiustizie; il saper resistere, anche organizzandosi, all’ingiustizia, che non può essere mai accettata passivamente.

Esercitare la virtù della fortezza non significa essere fanatici o aggressivi. La fortezza non è un cieco procedere, quale pura espressione della forza vitale. Non è forte colui che senza riflettere si espone al rischio, sottovalutandone i pericoli; non è forte chi è capace di assalto per far prevalere ad ogni costo il proprio punto di vista. La vera fortezza presuppone un giusto apprezzamento dei beni di cui si gode e al tempo stesso la consapevolezza che possono, anzi talvolta devono essere messi a rischio per realizzare un bene superiore. La vera fortezza si radica nella pazienza e nella perseveranza, nella capacità cioè di continuare a perseguire il proprio obiettivo senza farsi abbattere dalle difficoltà e nel saper resistere malgrado tutto.

Perciò la fortezza non può esser disgiunta dalla tolleranza, che, a sua volta, non è accettazione per comodità di qualunque cosa e qualunque idea. Non è indifferenza di fronte alla verità, ma implica il saper rinunciare ad usare la propria verità come clava. La vera tolleranza è lo sforzo di capire gli altri, ma anche di aiutarli a capire ciò che si vuole comunicare. Essa supera la passionalità per dare il primato alla ragione; non colonizza l’altro, ma ha la capacità di proporre il proprio progetto di vita con la testimonianza che non ha bisogno di troppe parole, specialmente di parole gridate.

Esercitare la virtù della temperanza significa realizzare una giusta gerarchia tra i vari aspetti della propria vita; frenare le molte concupiscenze da cui è segnata l’esistenza umana – compresa la concupiscenza del potere -; uscire dall’anarchia infantile dei desideri che pretendono di essere tutti appagati ad ogni costo, per approdare a una umanità piena e matura, che sa accettare rinunce per costruire qualcosa di più duraturo per sé e per la vita sociale; sapersi accontentare e godere di ciò che si ha, senza disperdersi nel desiderio di altro che si potrebbe avere.

Costruire una migliore vita sociale implica, in sintesi, costruire un nuovo uomo sociale, la cui vita morale sia ispirata dalla carità e sia basata sulla ferma volontà di attuare la giustizia. È solo questo nuovo uomo sociale che potrà realizzare la costruzione di una società più abitabile.  È la sfida a cui siamo chiamati particolarmente nel momento presente, mentre avvertiamo sempre di più che l’avvenire individuale e collettivo è nelle nostre mani” ( Commissione ecclesiale Giustizia e Pace, Il Vangelo della Carità per una nuova società in Italia, Roma, 1995, par. 68-73 ).

2 Commenti

  1. Gentilissimo Gianni Giletta, ti ringrazio – ricambio felicemente il tu – per questo intervento esauriente sulla spinosa questione della dichiarazione del nostro vescovo sui preti pedofili.
    Io non credo che Mons. De Rosa accetterà il nostro invito di partecipare al dibattito del prossimo 27 novembre e per questo mi sono subito adoperato per contattare qualche sacerdote che condivide le sue stesse posizioni sui preti pedofili ma devo ammettere che è stata una impresa quasi impossibile. Su cinque sacerdoti della Diocesi da me contattati due hanno evitato di rispondermi, uno ha detto che mons. De Rosa ha sempre ragione (anche quando è palesemente in errore) e altri due (probabilmente i più saggi) mi hanno fatto capire che non volevano esporsi perché le affermazioni di mons. De Rosa non sono praticamente difendibili.
    E questo è testimoniato anche dal fatto che l’unica persona che ha difeso pubblicamente il nostro vescovo (Don Filippo Figliola) non si è cimentato nel difendere le parole da me contestate ma, invece, si è precipitato a difendere un’altra parte della dichiarazione del Vescovo che parlava di un qualcosa che non avevo contestato!!
    Il problema della nostra Diocesi – e me no sto accorgendo in questi mesi – è che siamo guidati da religiosi un po strani, che parlano senza porsi dei limiti, senza uniformarsi alle leggi canoniche e civili.
    Le persone come noi sono scomode purtroppo, è per questo che non avremo mai risposte.
    Io guardo con ammirazione i pastori delle Diocesi vicine: vedo vescovi che sono veramente delle guide spirituali, persone semplici e umili. E mi domando quale male abbiamo fatto per avere come Vescovo una persona che afferma che non denuncerebbe alla polizia preti pedofili specie se pentiti? Mi domando, ma questo Vescovo è cosciente di risiedere in uno Stato nel quale la pedofilia è un reato? Io provavo una certa ammirazione per il Vescovo ma evitare di dare chiarimenti su affermazioni così gravi (dare chiarimenti non a me, ma a tutti i cittadini della Diocesi) e il fatto di continuare a tenere in bella vista sul sito internet della Diocesi quella dichiarazione, mi ha portato ad avere una sincera paura verso mons. De Rosa.
    Noi continuiamo ad esercitare la nostra fede dando conto solo a Dio, a prescindere da come la pensano queste persone che prima o poi dovranno rendere conto alla storia per aver pronunciato parole cose così gravi.
    In fede.
    Adam Biondi

  2. La vita di un uomo non cambia con la classe sociale, con il livello di sviluppo intellettivo, con il colore della pelle, con l’adesione ad una fede piuttosto che a un’altra, ma è un qualcosa che fa parte dell’essere uomo o donna e quindi un individuo (un essere, una persona) che ha, oltre alla capacità di agire, anche quella di riflettere; ha capacità di esprimere pensiero, coscienza e autocoscienza, e quindi ciò che caratterizza l’uomo dentro la storia e nella sua evoluzione.
    L’ essere uomo è una condizione che lo definisce senza possibilità di equivoci e che non può ammettere deroghe dal principio del rispetto della vita in quanto condizione sacra.
    Per questo: credo in una Chiesa samaritana che lenisce le piaghe con l’olio della sua tenerezza; che le medica con l’aceto della profezia; che urla e rivendica i diritti di ognuno …una Chiesa che non ha paura di scomodare i benpensanti e le autorità costituite.
    Non è più il tempo di parlare e sperare. E’ il tempo di promuovere una nuova cultura della solidarietà: i poveri vecchi e nuovi, i malati, gli esclusi, gli handicappati, i minori senza istruzione, gli anziani abbandonati, chi non conta più nulla, i ricchi che si sentono vuoti, gli sfrattati, i disoccupati, i dimessi dal manicomio, gli ex carcerati, i tossicodipendenti, coloro che hanno visto o fatto naufragare la loro famiglia …questi ce ne saranno grati.
    La diocesi è allo sbando. Ma siamo tutti colpevoli. Il Padre Vescovo ha la colpa di non seguire le parole del Magistero che lo invitano al discernimento nella scelta dei sacerdoti. Ne sono a testimonianza i documenti:
    1. Esortazione Apostolica Post- Sinodale Pastores Dabo Vobis di Giovanni Paolo II al Clero e ai Fedeli Circa la Formazione dei Sacerdoti nelle Circostanze Attuali (http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_25031992_pastores-dabo-vobis_it.html)
    2. Il documento della Congregazione per l‘ Educazione cattolica, che spiega come la psicologia, e a volte la psichiatria possono aiutare la formazione di un sacerdote o anche il discernimento della vocazione ovvero Orientamenti per l’ Utilizzo delle Competenze Psicologiche nell’ Ammissione e nella Formazione dei Candidati al Sacerdozio (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20081030_conf-orientamenti_it.html).
    Tutti colpevoli purtroppo. Per primo i preti, che hanno sempre taciuto. Dov’ è il consiglio presbiterale ? Loro per primi avrebbero dovuto denunciare i problemi per una diocesi nelle nostre condizioni. In nome di quale Cristo hanno preferito tacere? Forse nel nome delle paure degli egoismi e dell’ indifferentismo umano. Come novelli don Abbondio hanno preferito non esporsi contro il potere.
    Sono colpevoli gli intellettuali o i presunti tali che si autoreferenziano con titoli e idee di alto valore per poi le vendono ai discount. Questi uomini e queste donne hanno taciuto facendo del male al futuro dei loro figli. Essi hanno visto ma poi si sono ritirati a vita privata.
    Più colpevoli i fedeli credenti praticanti di certi sinodi o convegni diocesani, che hanno lasciato da solo un ragazzo come te Adam. Perché ora non si fanno sentire? Perché fanno solo da spettatori? Vergogna! Temere di uomini significa non avere abbastanza fede in Dio.
    Adam, hai trovato il peggio e il coperchio è saltato: con te forse Cristo ha davvero ricominciato a camminare per le strade di Cerreto e la diocesi. Ai giovani come te è stato fatto un lascito sconcertante.. un percorso difficile, ma assolutamente non inutile e doveroso. Coraggio e abbi cura di te.
    Gianni Giletta

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