Svizzera: se i topi siamo noi

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di Aldo Maturo. Derattizziamo la Svizzera. E’ l’ultimo slogan ispirato non all’ambiente ma al razzismo contro quegli italiani che tutte le mattine attraversano la frontiera per andare a lavorare nella terra del formaggio e della cioccolata.

La storia amara dei nostri lavoratori in Svizzera viene da lontano. Un loro scrittore, Max  Frisch, parlando di noi aveva scritto “aspettavamo delle braccia sono arrivati degli uomini”.

E’ forse anche per questo che sono ancora indesiderabili quei  nostri 45.000  “frontalieri” che ogni giorno pendolano avanti e indietro per andare nella vicina terra promessa con gli stipendi che si dice essere i più alti del mondo.

La campagna denigratoria e xenofoba, lanciata da qualche genio del civilissimo Canton Ticino con il contributo grafico di un ex calabrese, identifica in tre topi l’immagine degli indesiderati: Fabrizio, l’italiano di frontiera, Bogdan, il rumeno prototipo della delinquenza e Giulio, riferito  a un ministro nostrano accusato metaforicamente di aver svuotato (?!)  le banche svizzere con il suo provvedimento sullo scudo fiscale.

Forse i nostri pendolari hanno avuto un brivido e avranno prese le distanze dai tanti slogan sentiti la sera prima nei bar sotto casa contro i terroni, gli albanesi o i magrebini, accusati di delinquere e di rubare il lavoro agli altri.

Cara,vecchia Svizzera. Il suo “amore” per l’Italia non cambia mai. E pensare che secondo i dati del 2009 circa un terzo della loro popolazione residente risultava immigrata o discendente di immigrati, con una presenza di 298.000 italiani. I soli frontalieri sono un quinto della loro popolazione attiva.

Da ricordare che nei “vicini” anni ’70 in Svizzera c’erano circa 30.000 bambini italiani clandestini, portati di nascosto dai  genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle rigorose leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari, genitori terrorizzati dalle denunce dei vicini che  raccomandavano perciò ai loro bambini: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere ( Quando i clandestini eravamo noi ).

Sono passati alcuni anni ma evidentemente è ancora attuale il discorso di chi scriveva da quelle parti :  “…mogli e i bambini degli immigrati? Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano».

Il Consiglio di Stato del Canton Ticino ha preso le distanze dalla campagna denigratoria. Ma, visto che ogni mondo è paese, bisogna vedere se le stanze della diplomazia rispecchiano le idee di chi sta per strada.

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