Limatola e il suo? Borgo ‘senza mestieri’

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di Paolo Aragosa Spett.le direttore, mi preme innanzitutto ringraziarLa per la visibilità che recentemente il suo giornale ha fornito alla mia lettera avente ad oggetto le problematiche riscontrate in una visita alla Reggia di Caserta. E’ proprio grazie all’azione mediatica della sua e di altre testate che la stessa ha sortito ottimi risultati, dando seguito ad una serie di interventi che i vari Enti interessati (Soprintendenza, Provincia, Comune, Ente Provinciale del Turismo, etc..) hanno e tuttora stanno attuando per migliorare le condizioni di fruibilità del monumento Vanvitelliano, a vantaggio del turismo e dell’indotto che ne deriva.

Approfittando della sensibilità all’uopo dimostrata, è con mero opportunismo che Le invio alcune riflessioni su un’altra realtà, forse meno nota, ma altrettanto importante per lo sviluppo economico e sociale della comunità che la accoglie, qual è il borgo storico di Limatola.

Dovrei aggiungere “e il suo castello medievale” ma non lo faccio di proposito per ovvie ragioni; seppur consegnata al recente passato, la vicenda legata alla sua mancata acquisizione al patrimonio comunale, tra l’altro per una modesta cifra, è cosa nota e ritengo costituisca la pagina più deprimente della storia Limatolese degli ultimi anni, dovuta all’assoluta incompetenza e incapacità della politica locale e in particolare della scorsa gestione dell’Ente Comunale. Assistere alle pubbliche discussioni dell’epoca laddove gli stessi amministratori locali accusavano e interrogavano il Sindaco sul perché del ritardato invio all’istituto mutuante di una richiesta di concessione del prestito necessario ad acquistare il castello, causa del mancato esercizio del diritto di prelazione, fu veramente triste! vedere consiglieri comunali, di maggioranza e di minoranza, eletti alla gestione del pubblico interesse, assumere e districarsi in un ruolo critico (alla stregua di comuni cittadini) nei confronti del Sindaco, ritenuto unico responsabile del disastro, fu veramente offensivo dell’intelligenza della cittadinanza intera! per la quale fu facile capire che era stato commesso un errore imperdonabile per la storia di Limatola e che la colpa era del Sindaco così come degli stessi interroganti e comunque dell’intero Consiglio Comunale! Tutti si sarebbero dovuti prodigare, nessuno escluso! e se i cittadini non mandarono immediatamente tutti a casa fu solo per un alto senso di responsabilità e fine intelligenza: capirono che così facendo avrebbero spazzato via tutte le possibilità di conquistare il castello.

Come noto, le speranze furono vane. Alla luce dei fatti, parafrasando il detto “non tutti i mali vengono per nuocere”, a mio parere è andata sicuramente meglio così: difficilmente quella classe politica sarebbe stata in grado di gestire il recupero del castello, cosa a quanto pare riuscita ai nuovi privati proprietari. Oggi il castello è stato restaurato e rifunzionalizzato, ha recuperato l’originaria fierezza e ri-domina imponente il territorio e l’agglomerato urbano che lo soggiace.

E proprio sul borgo storico vorrei accentrare l’attenzione con qualche, mi auguro, costruttiva considerazione.

I centri storici, luoghi rappresentativi delle radici e l’identità locale, rappresentano nella maggior parte dei casi il baricentro della vita cittadina, il luogo naturale ove si concentra la vita sociale ed economica delle comunità locali. La forte attrazione che la storia del luogo, leggibile nei tessuti e spazi urbani consolidatisi nei secoli, esercita su chi vi vive e su chi proviene dall’esterno, fa sì che lì siano concentrate le attività commerciali di maggior prestigio, lì si svolgano le iniziative culturali di maggiore importanza, lì si organizzino le attività ricreative (vd. Sant’Agata dè Goti, Caiazzo, etc..).

A Limatola ciò non è mai avvenuto per varie ragioni.

La prima, naturale e storica, è dovuta alla presenza non di un centro urbano ricco di chiese e palazziate, rappresentativo di un potere politico-religioso del passato, ma di un borgo dall’impianto e dalle forme architettoniche semplici, tipicamente contadine, il cui sviluppo è sempre stato legato all’attività agricola e, comunque, subordinato alle vicissitudini dell’elemento rappresentativo che lo ha generato, qual è appunto il castello che lo sovrasta. Un agglomerato urbano apparentemente di poca consistenza e pregio, ma dalla indubbia unicità e attrazione per l’aver conservato inalterati i caratteri agricoli originari così come il rapporto con l’ambiente collinare di appartenenza.

La seconda ragione è invece attuale ed è dovuta all’abbandono del borgo da parte dei suoi abitanti, indotto sia dalle radicali trasformazioni dell’economia agricola di cui è stato per secoli la diretta espressione, sia soprattutto dal completo disinteresse mostrato nei suoi confronti da parte degli Enti territoriali di appartenenza ed in particolare dal Comune. La scarsa attenzione ai bisogni primari e alle istanze dei residenti e conseguente assenza di interventi sulle aree pubbliche, perdurante ormai da decine e decine di anni, ha fatto sì che chiunque ne abbia avuto le possibilità si sia trasferito a valle, nel paese nuovo, più comodo e adatto alla vita moderna.

Quello che oggi ci ritroviamo è sotto gli occhi di tutti: un borgo in condizioni di vero degrado afflitto da una spontanea emarginazione, con gran parte dei fabbricati abbandonati a sé stessi, alcuni crollati o in fase di crollo a discapito della pubblica e privata incolumità, pochissime ricostruzioni e/o ristrutturazioni (comunque effettuate non conformandosi allo stile originario né al contesto di riferimento, a meno di qualche raro caso isolato), etc… Insomma, in luogo di quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello del paese, una materiale piaga che impietosa grava sulla visione prospettica Limatolese.

Ebbene, l’attuale Amministrazione sembra abbia invertito la rotta.

Già qualche anno fa si ebbero i primi accenni, seppur di scarsa efficacia e credibilità: una moltitudine di comunicazioni di avvio di procedimenti di esproprio, improvvisamente notificata a tanti privati proprietari di edifici del borgo, con la quale l’Amministrazione Comunale manifestava la volontà di acquisire al patrimonio comunale gran parte dei suoi edifici, pare per creare un “museo diffuso della storia e della civiltà locale”. Una cosa inverosimile, quasi fosse una punizione di massa, un esproprio collettivo come spesso avviene quando bisogna sventrare un quartiere per realizzare nuove strade e piazze o per realizzare autostrade, ferrovie, etc.. Fortuna volle che lo sconcerto iniziale degli interessati di fronte a un provvedimento così generico ma invasivo da parte del governo del paese, in un baleno si trasformò in diffusa ilarità: non esisteva alla base del provvedimento alcuna strategia programmatica e progettuale credibile, come tra l’altro sembrarono confermare alcuni componenti della stessa Amministrazione. Infatti, a tutt’oggi e, devo dire meno male, nulla più ha fatto seguito seppur, nel rispetto degli ipotetici espropriandi e soprattutto di chi tra essi ha speso quattrini per mostrare opposizione, ritengo sia doveroso ed opportuno che il Comune chiarisse tale episodio o quanto meno li informasse sugli sviluppi del procedimento, sulla carta ancora in essere.

Ma a parte ciò, bisogna dire che oggi c’è veramente qualcosa di concreto: un progetto di recente appaltato per il “potenziamento e miglioramento della fruibilità turistica del borgo medioevale, ammontante a complessivi € 1.850.000,00 ca., finanziato dalla Regione nell’ambito delle risorse rinvenienti dal P.O.R. Campania 2000/2006, i cui lavori dovrebbero avere inizio a breve.

Al di là delle pur considerevoli risorse a disposizione, a parere del sottoscritto tale intervento assume una notevole importanza per Limatola e la sua cittadinanza.

In primo luogo vi è il valore simbolico dell’intervento: significa riportare l’intervento pubblico in una zona che, a partire dalla sconfitta maturata nella contesa del castello, è stata inconsciamente consegnata interamente nelle mani del privato vincitore. Il restauro del castello, infatti, è stato vissuto dalla gran parte della cittadinanza e dai suoi rappresentanti come in lontananza, senza partecipazione, con l’innato interesse affettivo mascherato quasi fosse noncuranza. Il risultato è che oggi, pur apprezzando gli sforzi dei nuovi proprietari e riconoscendone comunque l’operato, già a partire dalla piazza antistante la chiesetta di S. Biagio e a seguire negli spazi e slarghi che conducono al maniero, le modifiche effettuate fan sentire forte il peso dell’intervento, che sovrasta e si contrappone alla pubblica proprietà e agli altri edifici del borgo (per fortuna, ad alleviare tale sensazione, cattura l’attenzione l’opera di restauro di un’antica dimora che un nostro concittadino, di nota cultura, sta con lungimiranza portando a termine nel rispetto dei luoghi e con materiali e tecniche di tradizione locale). Un senso di disagio misto a sopraffazione, certamente non indotto dalla proprietà del castello ma di chiara matrice nostalgica, comunque non ammissibile nel luogo simbolo delle proprie origini e tradizioni. Bilanciare, pertanto, l’intervento privato con quello pubblico significa ristabilire il giusto rapporto tra il borgo e il suo castello, rendendolo non conflittuale ma sinergico e complementare. L’unico modo per contemperare gli interessi e i sentimenti dei residenti e della cittadinanza intera con quelli degli attuali proprietari del castello.

In secondo luogo vi è il valore strategico dell’intervento. Trattandosi del primo vero e sostanziale intervento pubblico dopo decine e decine di anni di abbandono totale del borgo da parte delle Amministrazioni che si sono succedute, causa principale dell’esodo dei residenti, alla stregua di apripista i suoi contenuti dovranno essere diligentemente proiettati nel futuro in quanto costituiranno la base di partenza degli interventi a venire.

Spero quindi che il progetto comprenda tutti gli interventi necessari a rendere vivibile il borgo secondo le moderne esigenze (pavimentazioni, fogne, illuminazione, reti e cavedi di sottoservizi, etc..) ma, soprattutto, trovi la definitiva soluzione alle molteplici problematiche attinenti la sicurezza dei residenti e dei fruitori (mura pericolanti, scarpate in frana, indiscriminato deflusso delle acque meteoriche, etc..), causa principale del processo di spopolamento ancora in atto. Spero altresì che l’intervento sia attuato nel pieno rispetto delle proprietà private e delle configurazioni spaziali esistenti, limitando allo stretto necessario l’introduzione di nuovi elementi e lasciando inalterati alcuni singolari aspetti, tra cui la caratteristica viabilità in pendenza, già priva di barriere architettoniche.

A tali pur lodevoli obiettivi a breve scadenza prefissatisi dall’Amministrazione, sintomo ripeto di inversione di rotta, deve far seguito qualcosa di più importante: la previsione di scenari futuri per il borgo. Più che di interventi frammentari, c’è la necessità di pianificare una strategia integrata, una serie di azioni coordinate e programmate nel tempo che, in uno alla valorizzazione, inneschino quei processi di sviluppo economico locale necessari al suo mantenimento e a creare occupazione. In linea con gli orientamenti previsti nella programmazione regionale 2007/2013, una strategia che miri alla costruzione di un sistema laddove qualsiasi iniziativa, pubblica o privata che sia, non vada ad incidere solo sul singolo bene ma sull’”insieme” territoriale.

Ma qui il discorso diventa lungo, richiede studi specifici, estesi non solo al borgo ma all’intero territorio comunale, studi che spaziano dall’urbanistica al sociale e da tradursi negli attesi strumenti di sviluppo territoriale (Piano Urbanistico Comunale, Piano di Recupero, etc..), già avviati varie volte nell’ultimo trentennio e mai conclusi nonostante le risorse all’uopo sperperate (a riguardo Limatola è uno dei pochi paesi, se non l’unico, della Campania a non essere ancora dotato di alcunchè strumento di programmazione). Nulla sarà possibile realizzare senza prima aver analizzato e compreso i flussi dell’intero territorio per limitare le cause che finora hanno favorito il degrado e l’abbandono della parte antica del paese. Tra le quali ve ne è una che, a parere del sottoscritto, incide a dismisura e che è una diretta conseguenza dell’assenza di strumenti urbanistici di riferimento: la nota carenza infrastrutturale dell’intero territorio comunale. La vastità di quest’ultimo e la possibilità di edificare in qualsiasi luogo, sta tuttora comportando un’indiscriminata espansione in zone del tutto prive delle opere di urbanizzazione, con il continuo proliferare di una serie di obblighi da parte del Comune (tenuto a garantire le minime condizioni di vita civile laddove ha regolarmente autorizzato l’edificazione) che, pur producendo insignificanti risultati, assorbono gran parte delle già scarne risorse comunali.

Certo è  che, lungo o difficoltoso che sia, il processo che spero un giorno condurrà alla completa riqualificazione e valorizzazione del borgo storico deve, a mio parere, necessariamente passare attraverso due condizioni da perseguire fin da adesso: il giusto equilibrio sinergico del binomio inscindibile borgo-castello e il suo ripopolamento.

Si, il ripopolamento del borgo piuttosto che la musealizzazione dell’esistente, lasciata intendere tra le righe della massificata azione espropriativa in precedenza richiamata. Limatola non si trova nella stessa situazione di S. Agata dè Goti o Caiazzo; il suo borgo potrà generare attrazione non in quanto ricco di stratificazioni storico-architettoniche di rilievo né di emergenze monumentali ma, come già accennato, per aver conservato l’originale impianto e i caratteri semplici di un architettura che è un tutt’uno con la vita di tutti i giorni, che per esprimersi ha bisogno delle stradine e viuzze frequentate, dei balconi grondanti di panni stesi e fiori e quant’altro. L’Ente Comunale deve con forza perseguire tale intento, invogliare i cittadini a ritornare nelle antiche case, a ricostruire secondo la tradizione locale (magari concedendo mirati bonus volumetrici necessari ad adeguare le case alle moderne esigenze, come peraltro pare sia stato già fatto per il castello), mettendo in campo tutte le possibili azioni sia “materiali”, tese al ripristino delle condizioni di vivibilità dei luoghi, sia “immateriali”, tese alla ricerca e alla divulgazione di tutte le opportunità di sviluppo perseguibili anche dai privati nell’ambito dei documenti di programmazione delle risorse statali e regionali;

All’avvenuto rilancio del castello dovrà giocoforza corrispondere un forte slancio verso il suo borgo, con l’avvio di tutte quelle attività (propedeutiche e non) tese al suo completo recupero. E’ una condizione, a mio parere,  essenziale e ineludibile avallata, tra l’altro, dai ricorsi storici: il castello e il borgo sono uniti da sempre, l’uno è sempre stato ragion di vita per l’altro, comuni le loro sorti e vicende. In mancanza Limatola perderà non solo la memoria storica di gran parte delle sue origini e tradizioni ma, di non meno importanza, qualsiasi possibilità di favorire nel tempo l’implementazione di quelle attività economiche legate al turismo capaci di diversificare un’economia locale che, come noto, oggi non appare più tanto florida come una volta.

Se ancora oggi, nonostante l’impulso generato dal restauro del castello e dall’immagine del paese (un po’ rinvigorita) che esso veicola, a nulla di serio e concreto sarà dato inizio, Limatola intera ma soprattutto la politica che essa esprime, si avvieranno verso una seconda sconfitta, stavolta storicamente insanabile e imperdonabile.

P.S. il titolo che si è voluto dare a questo articolo vuole essere un riconoscimento alla locale ProLoco che, pur tra mille difficoltà, continua a portare avanti l’ardita opera di promozione del castello- borgo, soprattutto con l’annuale manifestazione “Il Borgo dei Mestieri”.

arch. Paolo Aragosa

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