Chi ha ucciso Peter Pan

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di Aldo Maturo

30 giorni. Sono passati 30 giorni dalla new age di Vivitelese, un passaggio epocale che ha visto il sito passare da una impostazione familiare, dove si viveva l’aria frizzante della piazza del paese, ad una più asettica, ultramoderna, allineata ai tanti che popolano la rete web. Questa opera di reingegnerizzazione ha un po’ stordito i vecchi naviganti che forse stentano ad orientarsi in queste pagine dove predominano i colori del bianco e del grigio e dove la freccetta del mouse non trova più le vecchie coordinate.

E’ un po’ come percorrere la stessa strada per anni ed anni. L’abitudine fa si che la macchina sia guidata da sensori mnemonici senza che l’autista scelga la direzione, ormai impostata come in un navigatore satellitare. Poi all’improvviso, una bella mattina, ci si trova di fronte ad una serie di cartelli stradali che hanno stravolto il percorso. Bisogna resettare le vecchie strade ed adattarsi alle nuove soluzioni alternative per raggiungere la stessa meta. Si prova disagio, anche se, come in una fiaba, le strade appaiono più larghe, più nuove, più illuminate.

Una sensazione simile l’avevo condivisa anni fa, tanti purtroppo, con i detenuti che puntualmente, ogni due o tre giorni, venivano trasferiti da Regina Coeli a Rebibbia, dove ero vicedirettore di prima nomina. Lasciavano il vecchio carcerone di Via della Lungara, nel cuore di Roma, per ritrovarsi da noi, nel nuovissimo carcere della Tiburtina, all’estrema periferia della città. Una mega struttura modello, aperta da una manciata d’anni, superefficiente, attrezzatissima, pavimenti in gomma che attraversavano gli infiniti corridoi, celle pulitissime, cancelli elettrici, il silenzio sotto l’occhio delle telecamere che ruotavano notte e giorno sotto lo sguardo attento della Sala Regia, zeppa di monitors come uno studio televisivo.

Non passava giorno, in quegli anni ’70, che non ci fosse una protesta e non sapevamo perché finchè non capimmo che quell’ambiente pulito ed ovattato non si addiceva a chi aveva vissuto a Regina Coeli, con i grossi cameroni, le gigantesche rotonde, le urla, il battere dei cancelli ferro contro ferro, l’aroma di caffè nell’aria misto a quello dei fritti. C’era l’odore del carcere lì e lo scorrere dei giorni era tanto simile a quelle delle borgate, dei casermoni-dormitorio, dei cortili vocianti di mille rumori. C’era la vita, condivisa con gli agenti, in un rapporto da guardie e ladri che tutto sommato rendeva la carcerazione più accettabile.

Da noi no. Troppa organizzazione, troppo silenzio. Una vita troppo normale, troppo alienante. Da qui la voglia di tornare da dove erano venuti.

Alla fine me lo spiegarono loro stessi e tutto sommato forse avevano ragione.

Sono un pò i sentimenti che ho provato navigando su Vivitelese 2. Mi è mancato il vecchio caro sito, mi è mancata la freschezza della sua impostazione, l’idea che quello che leggevo avrei potuto ascoltarlo in piazza o al bar come se fossi stato sul posto. Era come sorvolare Telese e dintorni ascoltando il respiro del paese. Non c’è più. Tutto azzerato, tutto nuovo, tutto perfetto. Tante rubriche scomparse in un secondo senza che le “firme storiche” ricevessero una spiegazione. Tutto bello, ma, per dirla con Riccardo Affinito “ Ce manca ‘a puzza ‘e l’acqua fetente”. Peter Pan è morto, ucciso da un colpo di Enter.

7 Commenti

  1. Caro Aldo, io non sono Capitan Uncino

    Nel racconto di James Matthew Barrie il protagonista Peter Pan vive nell’isola che non c’è in questo luogo senza tempo.
    L’isola è un luogo fantastico dove diventano vere le avventure che da bambino si sognano di fare. Qui però manca l’affetto della mamma, manca il tempo: si è fermato perché gli orologi sono stati distrutti. Infatti, i bambini hanno paura di diventare grandi e di assumersi responsabilità e hanno voglia di giocare sempre. Anche Capitan Uncino, il cattivo del racconto abita dell’isola, ha paura di invecchiare e di morire.
    Gli adulti a volte vorrebbero stare nell’isola che non c’è. Trovarsi lì significa coltivare tutta la fantasia e alimentare tanta immaginazione, ma si deve crescere e non è detto che crescendo la fantasia e l’immaginazione spariscano.
    Tutto qui il dilemma… o nell’isola ViviTelese s’iniziava a morire come in ogni altro luogo, o di contro, si cresceva per continuare a sognare…

  2. Toronto, Canada, 3 febbario 2010
    Le radici perdute….

    Egregio Giovanni Lombardi, rispondendo ad Aldo Maturo lei ha scritto, piu’ o meno, che Vivitelese per non morire doveva crescere e per crescere doveva cambiare.
    Per crescere, pero’, si ha bisogno delle radici, quello che nelle nuova versione non ci sono piu’. Non esite piu’ la foto dei Goccioloni e non esistono piu’ i piccolo-grandi capolavori di Riccardo Affinito. Entrambi erano, e sono, i simbili di quella Telese di ieri, piu’ piccola, piu’ bella, piu’ felice e, certamentente, piu’ onesta. Alcuni sindaci chiacchierati dei nostri tempi avranno si’ combinato qualche inguacchio, ma rispetto ad oggi andrebbero quasi santificarli.
    In Vivitelese seconda versione brillano per la loro assenza anche i pezzi di Fulvio e di quant’altri scrivevano per denunciare il malcostume, figlio della corruzione. All’improvviso sembra che Telese non abbia piu’ rifiuti un po’ dovunque, le strade allagate si saranno prosciutate, i pallazzoni caserma in odore di camorra avranno avuto le loro belle fognature.
    Il caso Telesia avrebbe dovuto fare da traino e da rampa di lancio al nuovo Vivitelese, poteva e doveva essere il suo cavallo di battaglia. Invece e’ nascosto tra le sagre del maiale e le imprese di basket.
    Caro Lombardi, “umanizzi”, questa sua nuova creatura, la faccia crescere con trasparenza, personalita’ e snellezza. Alcuni “pezzi” sono troppo lunghi ed il messaggio che ne diriva non e’ chiaro, almeno per chi vive lontano da Telese, Canada, Australia o Italia che sia.
    Per crescere dovevamo cambiare, ha detto. Giusto. Ma come si cresce? Con i proventi della pubblicita’, naturalmente. Ma la pubblicita’ verra’ se il numero dei contatti aumenta invece che diminuire.
    Il mio click quotidiano per ora continuera’. Ma non per molto.
    Un saluto nostalgico dal Canada.
    Nicola Sparano

  3. Caro Nicola, mettiamola cosi … tu compri una macchina di una determinata casa automobilistica, di quel modello nel mondo probabilmente ci sono milioni di esemplari, ma solo quella, solo la tua macchina avrà… il rivestimento di un determinato colore, gli accessori che hai scelto, gli oggetti piccoli della tua vita quotidiana, e, le persone che saliranno in macchina sono persone che conosci, sono le persone che popolano il tuo universo, quelle che ami e quelle che non conosci alle quali hai dato un passaggio.
    Fuor di metafora … Vivitelese 2, come lo chiama simpaticamente Aldo Maturo, è tutto questo, è la nostra macchina, se parliamo di basket, di UFO, o di ‘porchette’ non è colpa mia… io ci metto una fiammante carrozzeria, una manutenzione quotidiana, un motore che permette di viaggiare fino in Canada … ma gli accessori, caro Nicola, non posso proprio inventarli né sceglierli … sono qui ad ascoltare, a fermarmi e a rallentare per dare uno ‘strappo’ a tutti, anche a chi rimpiange la bella, vecchia 500.
    Un saluto

  4. E no! Mo’ non svicoliamo, caro Giovanni Lombardi!!!!

    E’ verissimo quello che dice Nicola Sparano dal Canada: su questo nuovo ViviTelese ci sono un sacco di chiacchiere e poca vita. Soprattutto, si cerca di “parlare d’altro” e di non sbilanciarsi troppo sui fatti locali.

    E’ vero che oggi manca la controparte presso il Comune, cui far presenti i disservizi (che non mancano mai!!), ma da quando la banda dell’appalto è finita in gattabuia sembra che qui la gente se la faccia proprio nelle braghe anche a dire “A”.

    Personalmente ne ho piene le scatole di questo modo di fare che sta prendendo piede qui a Telese, misto di viltà e ipocrisia.

    E’ triste mettere a paragone lo sproporzionato interesse suscitato dall’avvistamento di UFO, al totale disinteresse verso i fatti che ci coinvolgono direttamente.

    Leggere poi sfilze di commenti del tutto inattinenti con l’articolo cui fanno riferimento fa voltare lo stomaco come, ad esempio, è accaduto per il mio intervento sui cognomi ebraici in provincia di Benevento, dove qualcuno si è messo a parlare di quadri di Picasso e qualcun altro a sproloquiare sui propri propositi di buttare in un unico calderone il ricordo di tutti i genocidi.

    Per concludere, mi chiedo perché alcuni dei miei interventi non sono stati pubblicati (come quello sugli zingari che qui a Telese rappresentano una bella fetta della popolazione), mentre hanno trovato sempre spazio i copia-incolla di Pasquale Franco, detto Nuccio, in cui si paragona Khomeini niente popò di meno che a Gandhi!

  5. La piazza virtuale di Telese, mentre accoglieva i dittatori iraniani con tutti gli onori, negava perfino un angolino ai Rom, nonostante questi ultimi siano nostri concittadini coi quali conviviamo fraternamente da sempre.
    Da questo sito sarebbe potuta partire una lunga catena di solidarietà che avrebbe potuto legare la nostra comunità cittadina ai nostri fratelli Rom che in Lombardia sono vittime di abuso di potere da parte delle Autorità locali, le quali stanno operando arbitrariamente deportazioni crudeli e immotivate.

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