Il terremoto di Haiti e la questione cubana

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di Lucio Garofalo

Il terrificante sisma che ha provocato una vera e propria ecatombe, devastando l’isola di Haiti, ha fatto riemergere l’immane tragedia della miseria endemica che affligge la popolazione haitiana, vittima della schiavitù, delle dittature militari, degli uragani, degli speculatori finanziari, ora vittima di una spaventosa sciagura e degli sciacalli che rovistano tra le macerie. Inoltre, pare che il cataclisma fosse ampiamente annunciato. Infatti, ”Ci sono tutte le condizioni per un terremoto di primaria importanza a Port-au-Price. Gli abitanti della capitale Haitiana devono prepararsi per un evento che accadrà inevitabilmente”. Lo scriveva nel settembre del 2008 sul quotidiano haitiano Le matin Patrick Charles, professore presso l’Istituto geologico all’Havana.

Haiti è la parte dannata dell’isola che fu la prima terra che Cristoforo Colombo scoprì del Nuovo Mondo. Ma questa parte dell’isola contrasta con l’opulenza dell’altra parte, la Repubblica Dominicana, dove il reddito annuo pro capite è di 8.600 dollari, mentre ad Haiti si sopravvive a stento con 600 dollari all’anno.Inoltre, gli abitanti di Haiti sono costretti a subire da anni regimi dittatoriali formati da criminali protetti dagli USA.

A pochi chilometri di distanza dalla disperazione di Haiti sorge l’isola di Cuba, l’isola di Fidel Castro e dell’eroe rivoluzionario Ernesto “Che” Guevara, l’isola più odiata e temuta dagli americani WASP (acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, tradotto in italiano con “Bianco Anglo-Sassone Protestante”). Al confronto con la miseria, il sottosviluppo e l’arretratezza di Haiti, la realtà cubana risulta eccellente, seppure con i suoi limiti e difetti, in quanto i suoi abitanti hanno lavoro, istruzione, cultura, dignità, assistenza medica, pensioni, i suoi bambini sono molto ben nutriti, curati ed istruiti.

A proposito delle vicende cubane, non si può non partire dalla storia controversa e sanguinosa degli ultimi anni, segnati da reiterati tentativi di ingerenza imperialista e destabilizzazione golpista a danno del governo castrista. Tentativi sostenuti da martellanti campagne di disinformazione condotte a livello propagandistico da parte di chi, in Occidente, ha tutto l’interesse a montare polemiche pretestuose in funzione eversiva e reazionaria, specie in un momento politico internazionale estremamente difficile come quello attuale, soprattutto in virtù della recessione economica globale.

E’ assolutamente lecito condannare Cuba quando sbaglia. Anzi, rincarando la dose formulerei una osservazione più drastica: che il governo castrista fosse illiberale e autoritario non è una notizia che apprendiamo oggi. Nondimeno, tenendo conto delle macabre e sanguinose vicende storiche del continente latino-americano, considerata la situazione di miseria e arretratezza della realtà cubana prima della rivoluzione, oserei affermare che il governo di Fidel Castro sia la “migliore” tra le dittature presenti nel mondo in quanto ha debellato le secolari piaghe dell’analfabetismo, delle malattie e della povertà che affliggevano la società cubana antecedente alla rivoluzione.

Inoltre, la Cuba castrista può giustamente vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche dell’intero continente latino-americano. Sfido chiunque a smentire tali dati che sono noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell’opinione pubblica mondiale. Il governo castrista è sempre stato assai equo, attento e sensibile verso i diritti e le tutele di ordine sociale: i diritti alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla sanità pubblica, garantiti a tutti i cittadini, rappresentano un successo e un innegabile merito da ascrivere alla rivoluzione cubana. Invece, sul versante dei diritti politici e delle libertà democratiche il governo di Fidel Castro si è sempre rivelato meno sensibile e garantista, nella misura in cui sono negati con durezza. In tal senso è corretto affermare che il governo cubano sia uno Stato di natura autoritaria ed oppressiva.

Tuttavia, questo è un punto di vista “occidentale”, nel senso che si tratta di una valutazione relativa ad un contesto storico che ama definirsi politicamente“progredito”, benché solo formalmente, ma non è un giudizio applicabile a realtà come le società latino-americane, arabe, africane, ecc. Probabilmente sotto tale profilo la realtà cubana costituisce un’esperienza all’avanguardia, malgrado i limiti prima denunciati, cioè il deficit di democrazia rispetto alle società occidentali, su cui pure occorrerebbe sollevare qualche legittimo dubbio e qualche riflessione critica.

Infatti, la visione occidentale della “democrazia” è deformata da un’ottica univoca e strumentale, derivante dall’ipocrisia insita nello spirito liberale borghese, fautore di uno “stato di diritto” puramente formale e a senso unico. A conferma basterebbe ricordare che negli USA, osannati come modello di “democrazia” e patria dei diritti civili, vige sistematicamente la pena capitale, applicata in funzione classista e razzista, cioè a danno dei soggetti più deboli e svantaggiati, appartenenti alle classi subalterne e alle minoranze etniche, nella fattispecie negri, ispanici e gli strati sociali meno abbienti.

Il ragionamento s’inquadra nel tema più ampio e complesso della repressione carceraria, dell’alienazione e della violenza esercitata all’interno delle democrazie occidentali contro le fasce oppresse e marginali della società. Infatti, le democrazie occidentali non sono immuni dall’azione di meccanismi antidemocratici e da centri di potere di natura occulta e criminale, da sistematiche violazioni e atroci delitti contro i diritti umani e civili, da misfatti perpetrati in funzione apertamente repressiva ed antiproletaria. La nostra storia più recente è piena di esempi “edificanti” ed “illuminanti” in tal senso.

Pertanto, è indiscutibile che i limiti e gli errori di Cuba debbano essere criticati con onestà e fermezza da parte di chiunque voglia progettare e propugnare l’idea di un comunismo più umano, che sia effettivamente compatibile con i diritti umani e con le libertà politiche che bisogna realizzare in termini di estensione della partecipazione dei cittadini ai canali di gestione della cosa pubblica e ai processi di decisione politica.


1 commento

  1. I dati riguardanti il reddito procapite nell’isola non sono esatti: ad Haiti è di $ 660 (non ci discostiamo di molto dal dato fornito dal sig. Garofalo); nella Repubblica Dominicana invece non è di $ 8.600 bensì di $ 4.390.

    Se si consideria che in Italia siamo a $ 35.240 pro-capite, anche un bambino di quattro anni può facilmente capire che anche la Repubblica Dominicana è ben lontanta da quell’ “opulenza” di cui parla il sig. Garofalo.

    In ogni modo, trovo sia vergognoso approfittare perfino dalla tragedia haitiana per fare propaganda a vanvera. Davanti alla morte di tante persone bisognerebbe avere la decenza di tacere.

    (fonte dati: dati

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