Guardia: democrazia sospesa

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di Angelo Mancini

democrazia sospesaFinalmente abbiamo scoperto perché al convegno del PD del 17 gennaio 2010 ai consiglieri comunali dimissionari non è stato concesso di fare degli interventi: erano già stati sospesi a tempo indeterminato dal partito in data 15 gennaio 2010. Non c’era, lo dobbiamo ammettere, nessun processo in corso: era stato già celebrato in altre stanze e la sentenza già emessa in base a un imprecisato articolo dello statuto del PD. Come mai in quella sede e con rappresentanti istituzionali e di partito così autorevoli non se n’è fatta alcuna menzione?

Povero partito democratico, brillante e preziosa moneta d’oro trasformata in inutile “patacca” difficilmente smerciabile anche nelle repubbliche delle banane, idea alta e nobile di giustizia e di progresso sociale finita in mani maldestre e partigiane che ne hanno precluso ogni slancio ideale e ogni potenzialità di cambiamento! Un partito nato per includere, fondere idealità diverse in una sintesi feconda di nuove potenzialità etiche e sociali, si ritrova a essere il partito dell’esclusione, dell’ostracismo, delle espulsioni alla stregua dei vecchi partiti dittatoriali solo perché alcuni suoi esponenti hanno esercitato il loro sacrosanto diritto di libertà di pensiero.

Forse ricordo male, oppure i tempi sono cambiati, ma il consigliere comunale risponde per primo alla propria coscienza, poi al popolo che lo ha eletto. Verso l’organizzazione partitica ha solo un dovere di lealtà, che è propria dell’essere uomo, e non una cieca e acritica fedeltà, qualità che appartiene al cane. I tre consiglieri comunali del PD non sono venuti meno né verso la loro coscienza, né verso i cittadini elettori, né sono venuti meno al dovere di lealtà verso il loro partito. Nelle diverse riunioni tenute con gli organi di partito, cittadino e provinciale, hanno sempre con chiarezza e onestà palesato, in una totale e assordante afonia, le proprie critiche e riserve verso l’operato del sindaco e la mancanza di una maggioranza numericamente certa e coesa sui programmi, presupposto fondamentale per governare democraticamente. Le dimissioni erano un atto dovuto se si voleva continuare a vivere in uno stato di diritto e democratico: sospenderli ha significato, allora, sospendere la democrazia e le libertà ad essa connesse.

La responsabilità della fine anticipata di questa consiliatura non è di chi si è dimesso, ma di chi, sordo a ogni richiamo al senso di collegialità e di condivisione degli obiettivi, ha inteso scientemente e ostinatamente perseverare nella propria solitaria gestione del potere confidando nel potere persuasivo di soggetti terzi, nel senso di responsabilità dei consiglieri di maggioranza e nell’ipervalutazione del suo ruolo e delle prerogative annesse. E’ questo modo di intendere l’amministrazione della cosa pubblica che va espulso dal partito e non chi lo combatte. Ma anche quando le bocche vengono chiuse la domanda resta aperta: come mai un sindaco che ha scontentato la sua intera maggioranza, in modo manifesto o nascosto, non è fatto oggetto di nessuna critica al suo operato?

Solo chi ha i paraocchi non vede questo, ma si ricordi, però, che del corredo fanno parte anche il basto e la sferza del padrone.

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