di Luigi La Monaca

Accade nel terzo millennio, comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, nonostante i tanti processi di civilizzazione del mondo produttivo, continuano in maniera costante e becera. Paola, ha perso il posto di lavoro e ci ha raccontato la sua, incredibile, vicenda lavorativa in una coperativa sociale: “Da circa 5 anni lavoro per una importante cooperativa di Torino come OSS domiciliare. Tutto è sempre andato molto bene, ma circa 1 anno fa, durante un mio servizio, sono stata aggredita, insultata e sequestrata in casa dal figlio di una mia assistita, ovviamente mi sono molto spaventata e ho riferito l’accaduto alla dirigenza della cooperativa che non mi ha tutelata ne appoggiata, ma io sono andata vanti, ho cercato di superare da sola. Ovviamente l’assistenza domiciliare, quella che facevo io, ti portava anche a dover affrontare situazioni difficili, ma dopo circa un mese dall’accaduto, la cooperativa mi assegna un caso di una persona anziana convivente con un figlio psichiatrico, in passato si andata in due in questi casi, io ancora spaventata da quello che mi era successo, mi sono rifiutata di andare da sola da questa utente e ho chiesto di poter andare con una collega.
La cooperativa si è opposta e mi hanno fatto una contestazione ed io, appoggiata dal sindacato, ho superato anche questo scoglio, e la contestazione mi è stata cancellata poiché immotivata.Questa mia determinazione nel pretendere i miei diritti, ha suscitato nella cooperativa. la volontà di farmela “pagare” e, da quel momento, è iniziato il “delirio”.


Quella che era la mia responsabile ha cominciato a fare del vero e proprio boicottaggio; mi dava, con maniere poco educate, dei compiti che non mi spettavano, mi faceva compiere lavori al di sotto di quelle che sono le mie competenze; io ho sopportato tutto, ma ad un certo punto sono insorti problemi di salute; non potevo salire le scale per problemi al menisco e, lei mi dava tutti utenti al quarto o quinto piano in abitazioni senza ascensore; non potevo sollevare pesi ( a causa di un’operazione invalidante subita sei anni or sono.).
E lei mi dava i casi più “pesanti”…


Visto che con le buone maniere non ricavavo niente, mi sono rivolta alla medicina del lavoro, che mi ha dichiarata idonea con limitazioni, quindi potevo
rimanere al domiciliare selezionando il lavoro. A questo punto la cooperativa ha ritenuto opportuno di dovermi ancora punire spostandomi di servizio da un giorno all’altro inviandomi presso una comunità di psichiatrici (nota che i miei problemi erano nati proprio per la mia paura di queste persone, quindi chiaramente era un altro dispetto).Con l’aiuto del sindacato e del loro avvocato, abbiamo cercato di raggiungere una conciliazione, ma loro si sono negati.Sono, allora, tornata alla medicina del lavoro e questa volta la dottoressa, visto la mia condizione (nel frattempo sono stata molto male, ho avuto attacchi di panico, crisi di asma, mi sono dovuta rivolgere ad un neurologo) mi ha aumentato le limitazioni aggiungendo che non posso lavorare di notte e tanto meno con i soggetti psichiatrici.La risposta finale a tutto questo è arrivata il 1 febbraio u.s. dopo un anno di tormenti; la cooperativa mi chiama e mi comunica: “Sei licenziata, perché visti i tuoi problemi di salute, qui non c’è posto per te!”
E’ una cosa insopportabile, vergognosa, inaccettabile”!


Fin qui il testo della missiva di Paola. In un periodo come quello che sta vivendo la nostra nazione, legato ad una crisi lavorativa di eccezionale gravità, e di un mondo del lavoro condizionato dal precariato, questa storia lascia “l’amaro in bocca” e fa riflettere sulle vessazioni continue che devono subire i lavoratori che, spesso, sono penalizzati dalle loro situazioni di salute e familiari. La storia di Paola, purtroppo, è comune a tante altre storie che sono presenti nel nostro Paese e che, spesso e volentieri, cadono nel dimenticatoio e comportano l’avvilimento di chi vorrebbe, semplicemente, lavorare in maniera onesta e serena.